Idra - Spetses - Nauplia - henrymilleringrecia

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Isola di Idra 11-5-39

Il luogo di nascita dell’immacolata concezione. Un’isola costruita da una stirpe di artisti. Tutto prodotto miracolosamente dal nulla. Le case collegate una all’altra come da un architetto invisibile. Tutto bianco come la neve, eppure pieno di colore. La città intera è una creazione di sogno: un sogno nato dalla pietra. A ogni passo il quadro cambia. L’isola è una roccia che si eleva su una piattaforma girevole. Anche il clima gira. Stiamo tornando indietro verso il solstizio d’estate. L’inverno in arrivo porterà le rose, i meloni, l’uva. Il suolo è simile a sangue essiccato, di un rosso che, alla base dei muri, diventa pompeiano. Le isole galleggiano su delle bande di luce unite da minuscole teche bianche, vere visioni di sogno. La città, spuntata organicamente dalla roccia in forme artistiche, sembra rinascere ogni giorno. Somiglia all’Olanda o alla Danimarca, soltanto che è la Grecia.
 
Nella fortezza in cui vive Ghika le discussioni sembrano ruotare in permanenza attorno a Bisanzio. Bisanzio è il legame culturale. Ma il pendolo oscilla avanti e indietro – da Micene alla Grecia di Pericle, dal periodo minoico alla rivoluzione, da Hermes Trismegisto a Pericle Yanopoulos o Palamas o Sekelianos. I pasti sono pantagruelici – il solo antipasto è sufficiente. Poi il dessert – melone, fichi, arance verdi, uva, noci, pasticceria turca, che non è veramente turca, ma greca – bizantina – la retzina che dissolve tutto in una polvere dorata e ossigena i polmoni con quella sorta di trementina purificata che, evaporando, crea benessere, gioia, conversazione. Gli aneddoti svelano un altro fenomeno greco – il fenomeno umano – che qui gareggia in varietà ed eccentricità con le meraviglie naturali. (La storia di un banchiere che scriveva dei brutti versi. L’imbecille che teneva un diario pornografico in trentatré volumi. La ninfomane che danzava nuda nella casa padronale e seduceva gli ospiti… Leggende, favole, miti in quantità.)
 
La strada verso il mare fra i cimiteri di pietra grigia, l’erica grigia, le rocce verde lavanda, il terreno color sangue, il colore bianco presente dappertutto, il blu, i muri che grondano ocra. I visi dei bambini, così diversi da lasciare attoniti. Alcuni simili ad africani, altri alle figurine dei vasi, altri ancora ai ritratti sulle bare. La cameriera che si chiama, è stata battezzata, Demeter! La casa dell’ammiraglio. La distruzione dell’Armata turca. Tutto è leggendario, favoloso, incredibile, miracoloso – eppure vero. Tutto comincia e finisce qui.
 
A Spetses con Katsimbalis in uno degli innumerevoli traghetti decrepiti che i Greci comprano come ferro vecchio e continuano a far navigare per altri venti o trent’anni, infondendovi nuova vita con il proprio coraggio, la tenacia e l’abilità. Sbadatamente, scendiamo a Ermione, nel Peloponneso. Solo quando siamo davanti al monumento ai caduti, Katsimbalis si rende conto dell’errore. Una corsa pazza verso il mare in una Ford fuori uso. Il mio primo sguardo sull’Argolide, una terra che subito mi esalta. È la parte più antica della Grecia, sembra. Ha una qualità primordiale, un’immobilità incantevole – e risanatrice. L’Argolide mi è vicina, il suolo più segreto visto sinora nei miei vagabondaggi. È assurdo attraversare un paesaggio come questo in una Ford sfasciata. Qui ogni nuova invenzione sembra infantile. La Grecia assimila, distrugge e ricrea tutto ciò che oggi ci sembra essenziale e sopravviverà a ogni idea di “progresso”. Qui è dove le cose tornano al loro inizio, dove tutto è rifondato in senso mistico.
 
Al porto un violento temporale. Poi il cielo si rischiara e partiamo per Spezzia con il mare gonfio, su una barca con il motore a benzina. Poco dopo arriva una piccola imbarcazione in condizioni perfette. Gareggiamo fianco a fianco con il piccolo battello, che sgroppa come un bronco. Per me è un viaggio omerico. Il battello è diventato un animale mitologico. Ma malgrado il vento che soffia forte, le rocce su entrambi i lati, le enormi onde che minacciano di inghiottirci se ci spingiamo nella loro gola, l’uomo al timone lascia la barra per tirare giù il telone impermeabile sopra alle nostre teste. Un atto di pura imprudenza per guadagnare tempo, per risparmiare un po’ di carburante. Lo guardiamo con il fiato sospeso, senza osare dire una parola. Un modo di agire greco – l’audacia che accompagna sempre l’astuzia. Questo è ciò che distingue gli eroici greci dai vichinghi. Entrambi indomiti, sicuri, temerari, i migliori navigatori del mondo. Ma con un greco io mi sento al sicuro. Il suo ardire è basato sulla sicurezza. E ha del genio quando intraprende un compito pericoloso. Che apprendistato duro offre il Mediterraneo! Chi si laurea alla sua scuola è un maestro, capace di solcare tutti i mari.
 
In confronto a Idra, Spetses appare scialba. Sembra anomala, inconsistente, eterogenea. Tuttavia ha il suo fascino. Abbandonati sull’isola per quattro giorni, la esploriamo a piedi. L’atmosfera è impregnata di passato, persino più che a Idra. In qualche modo è triste, derelitta, specialmente attorno al vecchio porto, dove le barche vengono aggraffate e calafatate. Allineate in mezzo al porto, ci sono quattro barche a vela alla fonda – come se ne vedono in molti dipinti francesi. Nell’atmosfera qualcosa di cupo, di quasi non-greco. I quattro battelli annidati nella cavità della collina sono conficcati nella mia memoria. E’ come il crepuscolo di azioni dimenticate. Le cose stanno morendo silenziosamente, nascoste agli occhi del mondo.
 
Nella casa di Bubulina, il luogo dove è stata uccisa. Katsimbalis racconta le sue prodezze. In questa dimora lugubre e infestata di fantasmi vive il signor Tsatsos, professore dell’Università di Atene, ora in esilio. Sotto di noi c’è un piccolo reliquiario e, quando si va in bagno, si è pervasi dal fumo dell’incenso.
La grande stanza dove Bubulina è morta è piena di lettini e di letti a molle e, da sotto le assi del pavimento, giunge il rumore dei topi che scorrazzano all’impazzata.
Invidio Tsatsos. Mi congratulo con lui per il suo esilio, dò un’occhiata ai suoi libri. Goethe, Sheridan, Dante, Aristotele, D.H. Lawrence, Omero… Sopra il letto un’enorme zanzariera. Più tardi, si ricorderà di questo posto. Penserà a quanto è stato fortunato a passare questi mesi in solitudine. Mi congratulo di nuovo con lui – gli auguro ogni bene.
 
C’è anche John Stefanakos, un Greco di Buffalo, New York. Quindici anni di America lo hanno fatto diventare americano più di quanto io non sarò mai. Anche il suo accento è più  americano del mio. John si è trasformato in un maiale – un grosso maiale con il sugo che gli cola dalla bocca. Non ha niente da fare oltre a prestare dei soldi ai suoi compatrioti, con gli interessi. La sua casa sembra un raffinato manicomio. La moglie è una minorata mentale dal carattere gradevole. E’ abile con l’ago, una virtù che John apprezza. Ma il suo cuore è all’ippodromo di Buffalo. Si è portato dietro abbastanza vestiario per il resto della vita. Della Grecia non ha visto altro che Spezzia, dove è nato. Pensa che la gente abbia bisogno di più macchine, più soldi. E’ l’esempio perfetto dell’uomo smarrito, quello che l’America prende in grembo, castra e ingrassa come un eunuco. Fuma sigari costosi, beve whisky, parla dall’angolo della bocca… E’ stato prosciugato di tutto ciò che forma un essere umano. E’ come una di quelle lattine che si vedono abbandonate sulle spiagge dei paesi raggiunti dal progresso. Lui e Bubulina sono due creature molto diverse. Viva Bubulina!
 
Un giorno un anglo-sassone scriverà uno studio comparativo di Bubulina e di Giovanna d’Arco. Naturalmente, egli tralascerà le faccende carnali. A questo proposito, è necessario dire una cosa. Tutte le eroine, tutte le sante erano dotate di un tremendo ardore sessuale. Bubulina ha raggiunto la fama scopando. E’ morta enceinte. Per maggiori dettagli, rivolgetevi a George Katsimbalis, Amarussion. Io proseguo.
Passo al monastero bianco, immobile sulla collina sovrastante i due bracci di mare. Pace e quiete pervadono tutte le cose. Alcune vecchie suore al lavoro con pala e piccone sul pendio a terrazze. Nelle gabbie appese alla vite, che ripara dal sole le piccole celle bianche, cantano gli uccelli. Mi è chiaro di nuovo che ci vuole una grande intelligenza per scegliere una vita come quella di queste vecchie suore. Esse guadagnano mille volte tutto ciò a cui rinunciano per venire qui. La fede, la moralità, l’etica non sono nulla – è la forma della vita che dà pace e carattere e saggezza.
 
Spetses rappresenta una tappa importante nel viaggio che sto compiendo. Le lunghe passeggiate in riva al mare con Tsatsos hanno fornito una conferma alle risposte che avevo dato a certi problemi interiori. Malgrado i problemi di lingua e benchè fossimo agli antipodi come carattere, ci comprendevamo perfettamente. Ciò che era di vitale importanza, riguardo a Tsatsos, era la sua purezza. Sentivo di aver incontrato un uomo dallo spirito acuto, che rappresentava un legame con coloro che è stato nel mio destino incontrare o che incontrerò in futuro. Alcuni di loro danno coraggio, altri danno una conferma. Peccato che il mio amico ‘Alf’ non fosse là, di nascosto, ad ascoltarlo parlare di Goethe. Che grande sorpresa trovare un greco che si esprimesse in quel modo, che parlasse di ‘religiosità’. Credo che anche Tsatsos,a modo suo, fosse sorpreso. Ma la sorpresa più grande era vedere John di Spetses ascoltare ‘Mister George’, come egli chiamava curiosamente Katsimbalis. Per lui era arabo. Razza, lingua, luogo, professione, mestiere, educazione – cosa significano queste cose quando lo spirito è alterato? Strani legami, strane dissociazioni. Ovunque ci sono solo uomini, solo individui. Il resto è uno sciocco balbettio senza senso, fra grandi convulsioni di tempo e materia. Gli Anargyros, per esempio – un errore colossale, l’illusione di un uomo che non aveva illusioni.

Insegnare ai greci “il lavoro di gruppo” - per usare le parole dell’ingenuo professore inglese – un vero e proprio esempio di stoltezza. Futile all’ennesimo grado. Quando i greci adotteranno la bardatura cesseranno di essere greci. Solo gli inglesi, con la loro innata insensibilità verso ciò che è altro, diverso, possono credere a una simile sciocchezza. Anargyros continua la tradizione dei milionari americani che fanno ciò che amano in questa vita e lo disfano nella prossima, a colpi di donazioni. Tutte le sovvenzioni pubbliche, in Grecia come altrove, sono dannose. Lo spirito di Anargyros è nelle sigarette Helmar, nelle Murad e nelle Turkish Trophies, che fumerò di nuovo quando sarò abbastanza ricco da potermele permettere. (La prima sigaretta che ho fumato era una Anargyros. Attualmente l’America ne ha perso il gusto. Ma a tutti i greci io dico: “Fumate una Murad!”).

Un’altra vecchia vasca malsicura, un battello inglese, ci porta a Nauplia. Attracchiamo a Leonidion, lungo il percorso. Il sole tramonta, Katsimbalis parla. Discorsi meravigliosi, una storia dopo l’altra, una storia meglio dell’altra, un fiume incessante di parole mentre si fa buio. Sono curioso di vedere questo luogo ancestrale. Da tempo mi sono formato una sua immagine nella mente. Ci avviciniamo alla riva. E’ esattamente come lui l’ha descritta. Una specie di gola dantesca nella spina dorsale verde scuro delle montagne. Le colline si aprono come tendaggi pesanti, scostati da mani gigantesche lungo carrucole silenziose. Nel porto è annidato il paese, le cui case hanno una disposizione simile a una manciata di mangime per polli. Sulla riva brilla una forte luce elettrica. Spira un’aria umida e gelida. Una barca carica di sedie viene spinta via a remi. È’ una visione assurda. Davvero c’è gente che si siede in questa fredda palude? Dove sono le aquile, gli avvoltoi, i condor? Dove sono gli indiani? Per qualche motivo mi aspetto di vedere gli indiani balzare fuori dai loro wigwam nell’ombra. Il luogo è un orrore monumentale, un simbolo vivente della paura e di brutti presagi.
 
Torniamo indietro e facciamo un sonnellino. Ci svegliamo. Siamo a Parigi – in rue du Faubourg-Montmartre. Katsimbalis non sa ancora che cosa significhi per me questa strada e di come io l’abbia frequentata una notte dopo l’altra. Lo lascio parlare. Sono stupito dal flusso abbondante, senza fine. Che storie piene di calore! Com’è ricco, umano, oscuro, tenero, affettuoso, generoso. Non è un raconteur. E’ un organo vivente, una voce che fa tintinnare delle note sonore, risuonanti nell’immensa solitudine di una Grecia assordata. E offre a me, uno straniero, un grande dono, dei grandi mazzi di fiori linguistici guarniti di carne viva. Mi sento come se all’improvviso mi sdoppiassi e raccontassi la sua storia, anziché la mia. Ho paura di ascoltarla con troppa attenzione – la responsabilità è troppo forte… Quando entriamo nel porto ci sono due prigionieri ammanettati insieme. Vedo Katsimbalis e me stesso ammanettati allo stesso modo, anche se non per legge, e ho la sensazione che siamo legati per l’eternità. Faremo la strada insieme. Saluto il mio fratello nel crimine.
 
Una breve passeggiata attraverso la città prima di ritirarci per la notte. Nauplia ha un aspetto francese. E’ una città pittoresca, un posto ordinato. La piccola piazza davanti al museo, dove i folli abitanti passeggiano avanti e indietro, emana una certa atmosfera. In alto, il profilo della fortezza. Il silenzio pesa, oppressivo e mortale. Le strade in uscita dal paese si avviano verso uno spazio aperto geometrico. La statua nuda, in piedi, di un eroe, rabbrividisce esangue, esposta alle intemperie, abbandonata nella vasta notte. È’ un esempio di pazzia. Domani mattina vedrò la piana di Argo, con il fumo che sale dolcemente dai wigwam immaginari. Di fronte a noi, una terra simile a quella vista da William Penn quando ha salutato il Delawares. Gli indiani mi ossessionano da quando ho visto il Peloponneso. E’ un enigma. Lo lascio come tale…        
 
Sveglio all’alba, tremante di freddo. Vado a zonzo fino al molo e osservo la nebbia che sale dalla pianura. Sono di fronte ad Argos. L’emozione è violenta. Mi ricordo solo ora di quello che significa – i miti, le leggende. All’improvviso comprendo perché mi sembra familiare. E’ una replica dell’illustrazione del mio libro di storia a scuola. La mattina presto la nebbia è ancora più nordamericana. Dove sono i bisonti, le canoe, le tende? Seduto nel salone aspetto Katsimbalis. Leggo le lettere scritte dai clienti all’intraprendente direttore del Grande Bretagne. Sono state scritte da imbecilli. Mi piacerebbe redigerne una sul Cavallo di Troia, ma presto l’hotel sarà demolito…

 
 
   
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